Estate. Tempo di automobili stracariche, di treni improbabili, di autogrill presi d’assalto da casalinghe inferocite davanti all’ultimo panino “sfizioso”,  da gentlemen che conquistano la tazzina di caffè sgomitando come maori nel rugby. Davanti a loro cassiere spremute di sudore che trafiggono con sguardi minacciosi l’anziano che lentamente estrae dalla tasca uno dopo l’altro quei 72 centesimi mentre quelli dietro festeggiano con la ola ogni monetina.

E poi, famiglie che tornano alla macchina con quattro panini, bibita e tortini e hanno speso più di una giornata alla Pensione da “Zia Maria” a Cesenatico. Quelli che si accorgono di non poter fare a meno di un paio di ciabatte “simpaticissime!”  con la bandiera brasiliana per le spiagge di Jesolo e le pagano come una Chanel.

Estate. Tempo di voli. Low cost, naturalmente. Naturalmente. Così le vacanze si progettano sul last minute, sulla promozione, sugli ultimi posti disponibili. E poco importa se in valigia tu abbia le pedule da montagna ma ti ritrovi a prenotare una spiaggia tunisina.

L’importante è che sia estero. Per carità. Ovunque purché  sia lontano da una delle più belle zone del Mondo come quella strana penisola dalle sontuose montagne ed immersa nel mare che è l’Italia.

Così, mentre torme di tedeschi, giapponesi, americani, peruviani e equadoregni piombano attoniti ed estasiati a Venezia, gli italiani che “tanto Venezia ce l’hanno lì e prima o poi ci si capita” si catapultano in luoghi esotici. Poco importa che si tratti di un esotismo casareccio e a buon mercato.  Vuoi mettere?

Al ritorno, l’ignaro e un po’ prevenuto amico proverà a chiedere: Ma cosa avete visto? E lì scatta la fase del “devi vedere che posti” mentre scivolano sul display dello smartphone decine e decine di lui lei loro davanti al mare, dentro il mare, mentre mangiano, mentre dormono, mentre mangiano, mentre dormono. Ogni tanto appare una foto distratta di un cumulo di detriti argillosi e l’entusiasmo diventa incontenibile. Resti romani. Sculture greche. Manufatti cristiani. Tu li guardi, e pensi che dietro la ferrovia di Roma Termini, semiabbandonati, hai visto di meglio. Ma vuoi mettere?

E i selfie! No. Quelli non vengono più mostrati, se non agli “emarginati del web”. Quelli documentano implacabili, in diretta la tua vacanza a distanza per gli amici. Così, mentre stai sudando alla tua scrivania, arrivano nell’ordine: i due al check in, i due dopo il check in, poi ala – aereo poi altra ala – aereo, poi scaletta aereo, poi sedile, poi finestrino, poi caffè in aereo con l’aria trasognata di chi vede l’acqua nel deserto, poi snack, poi ogni passo successivo che “non se ne perda uno l’amico sudato che sta lavorando”. E quindi arriva la spaghettata. L’aragosta. La ronfata. La branda. La conchiglia. Il sasso. Il cane. Il gatto. Il cavallo. Il tramonto. Il falò. La luna. Le nuvole.

Il panico provocato dall’ora in volo e senza connessioni si compensa con una evacuazione di foto massive che assomigliano a copie sbadate di cartoline e a cornici sfuocate che raccontano di faccioni e boccucce sorridenti ed ammiccanti.

Che poi, il selfie era il vecchio autoscatto oppure il passante imbolsito dalla faccia onesta (perché non ci fregasse la macchina) cui si chiedeva la foto ricordo. Oggi no! Oggi non abbiamo bisogno di passanti. Di autoscatti traballanti e unici in cui c’era sempre quello che rimaneva impresso nella corsa. Di ricordi solo nostri. Non ne abbiamo più bisogno!

Abbiamo tutto quello che ci serve. Il film di noi. La nostra esistenza ad uso altrui. Purché condivisa. Purché commentata. Purchè likeata.

Ma l’amico, indomito, ancora insiste: dai racconta, il posto com’era? E lì parte un fisso, implacabile, lapidario: bellissimo! Nessun altro aggettivo, nessuna indicazione, nessuna descrizione, nessuna curiosità, nessuna particolarità, nessuna sfumatura. Già. Bellissimo. E poi: ma non hai visto le foto su Facebook??

Si. Scusa. Dai. Facciamoci un bel selfie con l’aragosta. Si. Con la chela che pinza il naso. Bellissimo!

Prosit.