Non c’è oggi un campo o un settore nel quale non ricorra e si rincorra il concetto di “vintage”; se prima era riservato Vintage - Pin Upprevalentemente all’abbigliamento, ora si è riversato sempre più nell’arredamento, nell’elettronica, nei gusti e sapori, nelle auto, ed in infiniti altri aspetti del quotidiano.
Anche molti eventi e ricorrenze, se vogliamo, avvengono sotto l’egida del vintage, spesso rievocando non solo un fatto ma ricreando l’atmosfera e lo scenario in cui esso è avvenuto, riproponendo, anche solo per un giorno, tradizioni, costumi, usanze.

“Non sono vecchio, sono vintage”

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Qual è, dunque, il fascino del vintage? In una ironica maglietta che acquistai tempo fa a Napoli c’era scritto: “Non sono vecchio, sono vintage”, e forse in questa frase si può cogliere tutta quella sottile differenza tra i due concetti, ma ancor più la percezione che li circonda.
Tanto il vecchio è triste, sorpassato, inutile, ingrigito e rassegnato quanto il vintage è allegro, nostalgicamente attuale, prezioso, colorato e ottimista.
Facciamoci caso; nell’abbigliamento, se pensiamo alla donna vintage non focalizziamo le forme indefinite di Twiggy o del primo femminismo, ma le gioiose e prosperose silhouette delle signorine grandi forme, di Marilyn e simili; nella musica, non rammentiamo con sorrisi e lacrimucce le canzoni di protesta degli anni ’60 e ‘70, ma di solito le prime musichette americane del dopoguerra; e nella letteratura, non andiamo con la mente ai primi,  splendidi romanzi delle nuovi correnti americane, ma impazziamo di fronte ai numeri originali dei fumetti di Superman, Zagor e Tex Willer.

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E’ qui, a mio parere, il fascino reale del vintage. Non è solo il rievocare talune tendenze che hanno caratterizzato la moda, la società, la comunicazione, ma quell’alone di ottimistica spensieratezza che vi abbiniamo.
Quello che noi, ormai negli anta, ricordiamo, descriviamo, tramandiamo a figli e nipoti è la gioia di momenti, richiamati alla nostra mente da oggetti, trasmissioni, eventi, nei quali percepivamo un senso prospettico di serenità, fiducia, ottimismo generalizzato: il futuro appariva un po’ come una pentola d’oro da cercare e forse trovare ai piedi di quell’arcobaleno su cui eravamo convinti di poter camminare.
Ma forse, soprattutto, non ne avevamo paura. Non avevamo paura. Della solitudine, dell’ansia, della fretta, della competizione, e poi delle malattie, delle tragedie, degli omicidi, delle angosce. Delle responsabilità.
Non era un sentimento migliore, era solo diverso. Comunicare significava prepararsi a rispondere al telefono di casa alla mamma della ragazzina che ci piaceva, che comunque era una responsabilità, seppur piccola, che accettavamo. Comunicare era scrivere una lettera che non riportava soltanto veloci emozioni dell’attimo, ma sentimenti da diluire nel tempo in attesa che venisse letta e che poi ne potessimo assaporare la risposta, con una gestione necessariamente più consapevole del tempo, della gioia e della tristezza.

“Comunicare era scrivere una lettera…”

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Si dice che l’ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili, e che il pessimista sa che è vero; beh, se io intravedo su un mercatino d’antiquariato un vecchio mangiadischi arancione, penso davvero, e sarò forse pazzo o rintronato, che questo è un bel mondo in cui vivere. Se invece guardo orde di persone che in treno, in autobus, nei bar o ai ristoranti si ignorano, flirtando invece imperturbabili con i loro smartphones, so che è vero.