Il Pane

Il pane rappresenta un cibo prezioso per i valdostani, sacro verrebbe da dire.

Perché? La farina in montagna è cosa rara: la terra lassù è magra, il clima è rigido, le pendici dei monti sono scoscese e rocciose e le piccole spighe maturano a fatica e con grande sacrificio. Genitori e nonni quindi insegnavano ai bambini, fin dai primi anni di vita, che “gettar via anche il più piccolo pezzo di pane è peccato”. Pensate che, prima di tagliarlo, i contadini vi fanno sopra anche il segno della Croce e che in tavola non bisogna mai rivoltare sotto sopra una pagnotta: le leggende dicono che il Diavolo vi balli sopra! In tempi non troppo lontani la cottura del pane assumeva la valenza di un rito che veniva “celebrato” da tutta la popolazione in ottobre. Sicuro! Solo in ottobre perché in montagna il pane si faceva una volta l’anno!

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Tutti, uomini e donne, erano chiamati a lavorare: i primi portavano al forno la legna necessaria per scaldarne le spesse mura per almeno 12 ore. Ai giovanotti più possenti, dotati di braccia forti, spettava invece l’importante compito di impastare in grandi vasche la farina con l’acqua e il lievito. Poi arrivavano le ore in cui l’impasto appiccicoso doveva riposare ed infine erano le donne a lavorare le pagnotte. Non solo dovevano dare loro le varie forme ma dovevano anche decorarle: ogni villaggio aveva i propri disegni e propri arabeschi e questi contribuivano a rendere il pane ancora più prezioso. Alla fine tutto era nelle mani dell’esperto fornaio che vigilava fuoco e pagnotte mentre il resto della gente ballava e cantava per allietare ancor più il momento di festa.

Cari lettori, le storie Valligiane sono favolose anche quando narrano fatti reali e in fondo in fondo insegnano sempre qualcosa al viandante attento e volenteroso.